Valdez, Alaska

Mancavano ancora parecchie ore all’alba e la notte era nera come la pece. Persino le stelle sembravano particolarmente lontane e fredde nel silenzio dello spazio infinito che avvolgeva anche la città. Si sentivano solo il rumore ritmico delle onde e ogni tanto il sibilo del vento che si infilava tra i cavi elettrici sospesi. Erano le quattro del mattino, l’ora in cui l’umanità e le creature diurne sono ritirate nella fase di bassa marea.

Nonostante la luce elettrica e le sofisticate tecnologie disponibili, gli esseri umani temono quell’ora della notte e si nascondono, proprio come facevano i loro antenati nelle ere passate. Era l’ora delle streghe e dei diavoli. Era l’ora di Ivan Kerikov.

L’immobilità della notte era scossa da un ronzio persistente che proveniva da nord e si avvicinava alla città. Il ronzio divenne un sibilo e poi un rombo, quello di due motori a sei cilindri di un Cessna 310 le cui luci di atterraggio brillavano nel buio. Il pilota disse qualcosa nel microfono e le luci della pista dell’aeroporto di Valdez si accesero, delineando il nastro di asfalto lungo quasi due chilometri. Spostò l’aereo, prestando attenzione al vento trasversale che soffiava dal Sound.

Lavorando con la manetta e i flap, il pilota portò l’aereo privato sulla pista e lo stabilizzò sul carrello a tre ruote lasciandosi abbondante spazio per le manovre di uscita. Una torcia lo guidò verso il parcheggio dove alcune persone, le uniche a popolare l’aeroporto deserto, stavano aspettando. Nel freddo della notte il vapore del loro respiro sembrava il fumo denso di una sigaretta.

Il pilota spense i motori e di nuovo il silenzio avvolse il campo di volo. Dopo qualche istante si aprì la porta posteriore e Ivan Kerikov scese sull’asfalto, emergendo dal velivolo a sei posti con la sua mole robusta. Nella luce fioca della cabina del Cessna si vedeva che aveva il volto teso e seminascosto e si distinguevano solo i suoi occhi azzurri e spietati.

La sua voce risuonò secca: “Voerhoven?”

Jan Voerhoven si staccò dal gruppetto dei suoi uomini e si avvicinò al velivolo puntando la torcia sull’asfalto bagnato e argenteo. Era arrivato all’aeroporto solo pochi minuti prima dell’aereo di Kerikov e aveva lasciato Aggie rannicchiata e addormentata a bordo della Hope.

“Siete pronti.” Era un’affermazione, non una domanda.

“Sì, abbiamo preparato tutto” rispose Voerhoven, “e ho delle buone notizie. Abbiamo scoperto che le informazioni che avevamo sulla strada che porta alla stazione di pompaggio numero cinque erano sbagliate. I permessi per viaggiare sulla Dalton Highway sono necessari solo se si deve superare il passo di Atigun. Oltre quel punto, la strada è accessibile solo per i mezzi del terminal di Alyeska. Siccome il mese scorso avevamo usato un elicottero per trasportare le batterie di raffreddamento ai siti che si trovano a nord della stazione numero cinque, pensavo che ci sarebbe servito di nuovo ma mi sbagliavo. Possiamo trasportare le ultime bombole di azoto liquido con i camion, che ci stanno aspettando a Fairbanks.

“A che distanza si trova la stazione di pompaggio?”

“Solo trecento chilometri dal punto in cui abbiamo stoccato l’azoto, ma la strada è quasi tutta sterrata e ci vorranno almeno quattro ore per arrivarci.”

Con un gesto rapido e quasi militaresco, Kerikov spostò il polsino per dare un’occhiata all’orologio. “Questo significa che potremo essere alla stazione di pompaggio attorno alle ventuno. Il traffico sarà molto scarso e le pattuglie degli operai di Alyeska non dovrebbero essere un problema. Eccellente, Jan, mi congratulo per la tua organizzazione.”

“Senta” disse Jan con un tono più deciso, “ho bisogno di sapere fino a che punto i miei uomini saranno esposti.”

“In che senso ‘esposti’?”

“Le batterie di raffreddamento che abbiamo già fissato alla condotta si trovano tutte in punti lontani con un rischio di essere scoperte quasi nullo, ma stavolta andremo dritti verso una stazione di pompaggio presidiata dagli operai.”

“Non dirmi che hai dei dubbi” disse Kerikov sarcastico, con un sorrisetto che era l’equivalente di un insulto provocatorio.

“No, ma voglio sapere se i miei uomini si troveranno in pericolo.”

“Il diversivo previsto a Fairbanks è pronto. Nella peggiore delle ipotesi dovremo affrontare la metà del personale addetto alla stazione di pompaggio numero cinque.” Kerikov rise, un rumore innaturale nel silenzio dell’aeroporto deserto. “E per di più, il personale di Alyeska è disarmato. Sarà facile come uccidere un indifeso autista di camion. Se i tuoi sono così ansiosi come dici di congelare la condotta, saranno contenti di un po’ di azione. Oppure, se preferisci, possono rimanere vicino ai camion mentre i miei uomini pensano a neutralizzare qualsiasi resistenza.”

Voerhoven aprì la bocca per protestare. Poi si ricordò dell’umiliazione che aveva dovuto subire due giorni prima quando Kerikov l’aveva schiaffeggiato, e rimase in silenzio. Kerikov vide la reazione di Jan e annuì, consapevole di averlo in pugno.

“Salite sull’aereo, decolleremo tra pochi istanti.”

Kerikov si allontanò dal Cessna, immergendosi nel buio della notte. Tirò fuori un sottilissimo cellulare dal taschino della giacca, digitando uno dei tanti numeri in memoria. Dovette chiamare due volte, perché, prima che riuscisse a svegliare il suo contatto, alla prima chiamata era scattata la segreteria.

“Pronto” rispose una voce impastata.

“Mossey, sono Kerikov. È arrivato il momento.”

“Cristo” brontolò Ted Mossey, “sono le quattro del mattino.”

“Lo so” disse Kerikov al giovane informatico. “Voerhoven e io stiamo andando a nord per piazzare l’ultimo carico. Ho bisogno che tu vada subito al terminal. Tra ventiquattro ore verrà inizializzato il virus originale. Devi iniziare subito l’installazione.”

A quelle informazioni, Mossey si svegliò quasi del tutto, si rese conto di cosa stava per succedere e la sua voce assunse un timbro più fermo, ma quando parlò era emozionato. “Di già? È fantastico! Mi bastano un paio d’ore e butto giù tutta la rete. Mi chiameranno immediatamente. Splendido!”

“Calmati” sbottò Kerikov. “Hai detto che dal momento in cui blocchi il sistema e loro ti chiamano al terminal ci vorranno una decina di ore per far partire il nostro vecchio programma, giusto?”

“Sì, dieci o dodici. Controllando la documentazione sul vostro software ho visto che il tuo amico lo aveva nascosto piuttosto bene nel mainframe. Tirarlo fuori non è semplice.”

Kerikov lo interruppe prima che partisse con un’altra conferenza di informatica. “E una volta che sarà installato potrò attivarlo in remoto, giusto?”

“Basterà che lei abbia un telefono, va bene anche il cellulare che usa di solito. Accidenti, sarà grandioso. La più incredibile delle intrusioni, e sarò anche pagato! Nessuno ci crederà!”

Sentendo quelle parole, Kerikov capì che l’esperto di informatica doveva morire. Voerhoven e i suoi si assumevano tutti quei rischi perché pensavano di essere nel giusto e la loro causa era più importante di qualsiasi guadagno, ma Mossey era diverso. Kerikov sapeva che non era solo il suo ambientalismo che lo spingeva a contribuire a rompere gli argini del ‘Fiume Nero di Caronte’, ma era mosso soprattutto dal suo ego e dal desiderio di sfidare l’impossibile. Gli attivisti della PEAL non avrebbero mai rivelato il loro coinvolgimento perché così facendo avrebbero danneggiato la loro organizzazione, specialmente dopo che Kerikov aveva messo insieme le due fasi dell’operazione. Invece Mossey, trascorso qualche tempo, avrebbe ceduto alla tentazione di raccontarlo a qualcuno, magari a un altro fissato di informatica, e nel giro di poco la notizia avrebbe fatto il giro del mondo. Un proiettile avrebbe velocemente assicurato per sempre il suo silenzio.

“Calmati” lo ammonì Kerikov. “Non è ancora fatta. Ricordati che al terminal nessuno deve sospettare che ci sia qualcosa di storto.”

“Non preoccuparti, sarà una sciocchezza. Per loro io sono solo l’ennesimo maniaco dei numeri. Quando tu farai quella telefonata per far partire il programma, io sarò già in viaggio verso il Giappone e verso una vita migliore. Ha un’idea di quanto guadagnino i programmatori in quel paese?”

Kerikov tacque. Doveva trattenere Mossey a Valdez per il tempo sufficiente a permettere ad Abu Alam di ucciderlo, magari sulla strada per l’aeroporto di Anchorage. Quell’aspetto di Valdez era molto utile: c’era solo una strada per entrare o uscire, una strada che solo qualche giorno prima era costata la vita di un uomo. La morte di Mossey non avrebbe destato particolari sospetti, proprio grazie all’azione fuori programma appena compiuta da Voerhoven.

“Ted, quando avrai inizializzato il programma, torna al tuo appartamento e aspetta la mia telefonata.” Improvvisò Kerikov.

“E perché?”

“Perché te lo ordino io” tuonò Kerikov, ma vedendo che Jan lo stava guardando abbassò subito la voce. Non aveva mai informato Voerhoven dell’esistenza del pirata informatico né degli effetti che il virus avrebbe scatenato. “Farò in modo che tu faccia in tempo a lasciare l’Alaska prima che io faccia partire il virus.”

“Ehi, ma questo non faceva parte dell’accordo” frignò Ted Mossey.

“Adesso sì.” Kerikov chiuse il telefono e prese una sigaretta dal pacchetto che teneva nella tasca interna. La fiamma dell’accendino lo abbagliò per l’istante necessario ad accendere la Marlboro.

Fece un’altra telefonata, ma stavolta usò la sua memoria e non quella del cellulare. Nonostante l’ora, Abu Alam rispose al primo squillo. Dalla voce sembrava che non fosse ancora andato a dormire, se mai dormiva.

“Non sono riuscito a prenderla, stasera” disse senza salutare, perché sapeva che solo Kerikov aveva il suo numero.

“Cos’è successo?”

“C’era qualcuno con lei. Mi è capitata una buona occasione, ce l’avevo quasi fatta, ma uno stronzo mi ha dato una bottigliata in testa e l’ha riportata a bordo della nave della PEAL. Non sarei riuscito a prendere lei senza prima togliere di mezzo lui, e tu mi hai detto che dovevo portarla via senza troppa resistenza.”

“Cristo! C’era un solo uomo e non l’hai presa?” Disse disgustato. “Un uomo da solo non è un ostacolo. Avresti dovuto picchiarlo e portarla via. Ascoltami e ascoltami bene. Voglio che la porti via stasera, non più tardi. E poi voglio che tu rimanga con lei sulla piattaforma. Tienila d’occhio, ma non toccarla. Sono stato chiaro?”

“Perché devo tenerla d’occhio? Non c’è nessun posto in cui Aggie Johnston potrebbe scappare.”

“Non fare i nomi, cazzo! Ho bisogno che tu sia sull’Omega per gli ultimi preparativi e per portare via il nostro informatico dopo che avrò fatto fuoriuscire l’azoto.”

“Cosa sta succedendo, Kerikov? Hai assicurato al Ministro Rufti che avevi tutto sotto controllo, che ti fidavi dei tuoi uomini e che non avevi bisogno di aiuto. E invece è la seconda volta che chiedi a me e ai miei di toglierti le castagne dal fuoco. Sei sicuro di sapere quello che stai facendo? Credo che sia ora di avvisare il Ministro che le cose non stanno andando come previsto, ti pare?”

“No, tutto sta andando secondo i piani, è solo che tu non conosci tutte le fasi dell’operazione” disse Kerikov rabbioso. “Pensa a prendere la ragazza, portala all’Omega e aspetta le mie istruzioni. Quando Rufti ha deciso di entrare nell’operazione, tu sapevi che non saresti stato solo un osservatore.”

“Rufti sarà comunque informato” lo minacciò Abu Alam. “Puoi starne certo. Non sei quello che credi di essere.”

“Eccome se lo sono” Kerikov richiuse il telefono e lo infilò nel taschino.

Dopo una vita nei servizi segreti, Kerikov non finiva di stupirsi di quanto rapidamente una risorsa riusciva a trasformarsi in uno svantaggio. Nemici e alleati non erano due concetti opposti. Erano la stessa cosa. Erano le circostanze e la tempistiche che li rendevano diversi. E lo stesso accadeva nei rapporti tra superpotenze o nelle relazioni personali. E soprattutto nel mondo delle spie.

Spense la sigaretta sull’asfalto, sbriciolandola completamente con il tacco della scarpa prima di tornare verso l’aereo. Quando il pilota vide che si stava avvicinando rimise in moto i motori, con le pale affilate come coltelli che giravano così veloci nel buio gelido da trasformarsi in dischi argentati.